Gianni

Uno dei primi ricordi che ho: mia madre che mi sgrida perché no, i disegni col pennarello sul muro di casa non si fanno. Anche se fai dei cerchi perfetti, non te la perdonano. Non la passi liscia. Così ho iniziato a usare i pennarelli per scrivere. Sempre sul muro. Ma niente da fare.

M’è toccato passare alla carta: ai quaderni, prima, poi ai giornali, poi al web, poi ad un libro… Una di quelle cose che prendi il via e che poi fermarsi è un casino. Nel frammentre, come dicono i poeti, ho alternato parole e figure: disegnoni e disegnini (certe volte, ancora su pareti immacolate e linde: una goduria), colori e ombreggiature e così via.

Due passioni che hanno a che fare con l’esprimersi, con il comunicare: con le storie da raccontare. Quello che continuo a fare perché è ciò che amo fare; o meglio, ciò per cui lavoro perché è ciò che voglio essere. Raccontare storie: su carta, pixel, pelle. Pelle intesa come epidermide, fare il pellettiere non rientra nei miei piani.

Ho collaborato e collaboro con varie testate, locali e nazionali; ho scritto un libro, un romanzo-inchiesta sulla mafia in Toscana (“E’ già sera”); insomma, sono un giornalista-scrittore-raccontatore di storie che ha deciso di seguire il sogno di un bambino che faceva cerchi non (solo) con la mente, ma (anche) col pennarello.