Emiliano

Una delle domande che mi è stata rivolta più spesso è: come si diventa tatuatore?
Per molti la risposta è abbastanza simile. C’è chi è sempre stato affascinato da questo mondo colorato e strambo e, in qualche modo l’ha sempre bazzicato. C’è chi aveva un amico un parente tatuatore. In un modo o nell’altro, comunque, è abbastanza comune essere diventato tatuatore perché questo mondo lo si conosceva già.

Per me è stato un caso. Il mio primo contatto col il tatuaggio è avvenuto quando avevo 17 anni. Ero a Londra con la mia ragazza di allora e il mio amico Massimo. Era il nostro primo viaggione. Lontani da casa e da soli all’avventura. Avevamo faticato tanto per rimediare i soldi e per organizzare il viaggio. Eravamo tutti e tre studentelli ancora invischiati con i problemi del diplomarsi. Viaggiammo da Fiumicino a Londra su un volo della IRAN AIR e vi garantisco che, se oggi del mondo mussulmano sappiamo poco, allora non sapevamo proprio niente. Salire su quell’aereo palesemente sconosciuto ci aveva paralizzato. Comunque arrivammo entusiasti e affascinati. Londra soddisfò a pieno le nostre aspettative e addirittura ci sorprese. Eravamo tutto il giorno in giro. La nostra casa era in una zona molto periferica e ci voleva quasi un’ora e mezza tra autobus e treno per raggiungere il centro. Poi da lì la famigerata “tube”. Dopo un’intera giornata a piedi tra le meraviglie londinesi, Serena, la mia ragazza, decide di tornare a casa mentre io e Massimo continuammo a girare per la città. Mentre eravamo su un autobus vediamo scorrere sugli schermi dei finestrini le strade colorate ricche di negozi illuminati e all’improvviso una scritta rossa al neon: TATTOO.

Cavolo! Facciamoci un tatuaggio! Macchè, mia madre m’ammaz… scendi svelto!
Ci troviamo tutti e due giù dall’autobus senza aver capito bene chi ha trascinato chi. Ci guardiamo e attraversiamo la strada nella direzione del neon rosso. Arrivati davanti alla vetrina io sono completamente rapito dalle migliaia di disegni appesi alle pareti. La passione per il disegno mi segue fin da piccolo e vedere tante tavole mi aveva fatto pensare “chissà quanto gli ci è voluto per disegnarli tutti”. Dopo qualche minuto di esitazione in cui sembravamo incuriositi ma nessuno dei due seriamente intenzionati a tatuarsi, entrammo con una goffa aria sicura e risoluta come a scimmiottare durezza e maturità da marinai.

Ci viene incontro un mostro. Magrissimo, sfavato. Vestito di nero che cammina verso di noi dondolando ma con lo sguardo fisso nelle mia retina. Si ferma ad un metro da noi. E ci chiede quale abbiamo scelto. Io indico una piccola ape e Massimo una rosa. Sorride come chi si aspettava una richiesta ridicola e ci chiede chi di noi fosse il primo. “Vai tu. No prima tu. O vai tu o ce ne andiamo! Vabbene” Massimo imbocca il viale lungo un paio di interminabili metri che lo conducono su una sedia di pelle nera simile alla poltrona da barbiere di Sweeney Todd.

Il mostro traffica tra le sue armi e poco dopo stampina sull’inguine del mio amico un disegnaccio abbozzato della rosa scelta. La tensione sale vertiginosamente. Io in piedi davanti al mio amico con una curiosità che mi divorava e allo stesso modo con ogni muscolo pronto a qualsiasi reazione.

Sentiamo un ronzio assordante provenire da quella piccola motosega e dopo…
Oddio! Ma ti fa così male? Il viso di Massimo si contorce in una smorfia mai vista e si copre, all’istante, di sudore. Una vena, che non sapevo che avesse, gli compare sulla fronte e sul collo, grossa come un oleodotto, le rughe gli si arruffano sul viso che all’improvviso invecchia di 100 anni. Mi risponde con una voce stitica. “Si! Porca Troia!”

Sia Io che Massimo siamo cresciuti in palestra. Siamo stati due Ginnasti per circa 16 anni ed eravamo anche piuttosto bravi. Entrambi con un corpo muscoloso e funzionante, entrambi molto più forti dei ragazzi della nostra età, entrambi abituati a sforzi fisici e traumi notevoli senza lamentarsi. Vedere un aghetto far crollare il controllo del mio amico mi aveva terrorizzato.
Che faccio? Se vuoi, gli meno e scappiamo! Non mi risponde e continua a contorcersi. Allora il mio pugno si chiude e il mio braccio si gonfia. Sono pronto a salvare il mio amico. Poi un soffocato “No, ce la faccio” mi solleva e comincio a ridere istericamente. Lui pure inizia a ridere e il mostro gli ripete più volte di non muoversi. Ma ormai ridevamo di gusto. Poi tocca a me.

Usciamo tutti e due trascinando i nostri inguini maciullati come si esce da una trincea in prima linea. Ci sentivamo più grandi e ci veniva da ridere in modo diverso. Avevamo superato una prova che non sapevamo di dover affrontare. Dopo il romanticismo il pensiero persistente per il resto della vacanza fu: e ora come glielo dico a mamma?

Questo è stato il mio primo contatto con il tatuaggio e per altri quattro anni non ne ho più sentito parlare.
Il diploma e poi l’inizio dell’università sembravano scandire il passo verso il mio futuro da ingegnere. Ma la voglia, indefinita di campare con il disegno, mi seguiva pari passo da quando avevo 5 anni. Disegnavo per chiunque me lo chiedesse e racimolavo qualche soldo per le vacanze e per comprare attrezzature per disegnare. Passavo molti pomeriggi liberi in svariate cartolerie giganti di Roma e nelle varie pinacoteche. I pomeriggi impegnati, invece, studiavo fisica, chimica e matematica con interesse ma senza entusiasmo. Il tatuaggio era solo sul mio inguine sinistro e assolutamente sconosciuto nella mia mente.
Poi la svolta.

Un giorno all’improvviso, durante il matrimonio di un mio zio, un altro mio zio mi dice, “tu che sei bravo a disegnare, fammi un disegno che mi voglio fare un tatuaggio”. Di nuovo è stato come passare in autobus davanti all’insegna rossa. Una sorpresa.
Gli disegno un tritone mezzo uomo e mezzo pesce e poco dopo lui va in uno studio di Roma per tatuarselo. Il tatuatore, visto il disegno, decide di conoscermi per comprare i miei disegni. Chi è stato studente squattrinato si rende conto di quanto ero sollevato all’idea di guadagnare qualche soldo per di più disegnando.

Per la seconda volta varcai la porta di uno sconosciuto mondo e tutto mi sembrava diverso. Lo studio era più accogliente della mia precedente esperienza anche se comunque nessuno sembrava gentile e rassicurante esattamente come a Londra. Comunque vidi il mio disegno prendere forma sul braccio dello zio il quale non fece nessuna smorfia di dolore anche se la mia attenzione era tutta rivolta all’operato del tatuatore. Fantastico. Chissà perché stavolta invece che una tortura mi sembrava di assistere ad un concerto. Ero gasatissimo e incantato. Il ronzio della macchinetta non mi sembrava più così terrificante e tutto intorno a me sembrava all’improvviso raggiungibile.
Alla fine del lavoro vide i miei disegni e li volle comprare tutti. Mi chiese quanto volevo e io risposi, cambiando definitivamente il corso della mia vita: “niente, in cambio vorrei che mi insegnassi”. Dopo una breve incertezza accettò e io iniziai. Lui si ritrovò uno studente di ingegneria in studio, super curioso e estremamente meticoloso. Rimasi li solo 6 mesi. Lui all’improvviso sparì dallo studio senza che io abbia mai saputo che fine avesse fatto e ai suoi colleghi non ero mai stato troppo simpatico, quindi, me ne andai e proseguii il mio viaggio da solo.

Non immaginavo che quello sarebbe stato l’inizio di quello che avrei fatto da grande e nemmeno ci pensavo. Era una grande novità, era disegno, era affascinante e lo stavo affrontando io con la mia curiosità e il mio entusiasmo. Che figata.

LA NAVE SALPA

Mi sveglio senza aver dormito granché. Seduto sul letto mi rendo conto che non sarà una mattinata facile. Mi preparo, esco coi libri e la calcolatrice grafica nella borsa avviandomi verso il settimo tentativo di superare Analisi Matematica 1.
“Tor Vergata”a Roma, all’epoca, era un ateneo all’avanguardia. Tecnologico e funzionale. Gli studenti si sentivano un passo avanti rispetto a quelli de “la Sapienza”. Comunque, ingegneria, era ingegneria anche lì. L’esame mi si rivela, come al solito, come un insulto alla mia dignità di uomo pensante e mi fa salire l’ansia sudereccia tipica dello studente disperato. Dopo la prima mezz’ora di totale smarrimento nella quale vorresti sprofondare nel pavimento e trovarti in un’altra dimensione, su un altro pianeta popolato solo di felici ignoranti, decido che non sarei caduto senza aver ingaggiato lo scontro. Afferro la penna come fosse la mia lancia e al mio fianco la super calcolatrice grafica che assume il ruolo di Sancio e sono pronto.

Due brevissime ore dopo mi alzo affranto e sconfitto. Vado verso il patibolo dove il mio carnefice attende con aria sufficiente e gli dico: “questa è la settima volta”. Lui si alza mi passa un braccio sulle spalle con un sorprendente fare fraterno e mi dice: “Lei la matematica la sa, la sa veramente. Ma non è un ingegnere. Cosa ci fa qui?”. Il giorno dopo lascio ingegneria e inizio a fare il pony express.
In poco tempo passo da una scialuppa all’altra senza accorgermi che stavo su una nave molto più grande che aspettava solo che il capitano ordinasse di levare l’ancora e di salpare finalmente.

Quei mesi investiti in quello studio però continuavano a germogliare. L’attrezzatura, rozza e insufficiente mi permetteva comunque di fare esperimenti e tra i lavori di mozzo cominciavo a prendere confidenza con il timone.

Faccio il primo timido tatuaggio a mio padre, poi mia madre, mio fratello, mio nonno, i miei zii, qualche amico e le linee diventano sempre più precise, la tecnica sempre più pulita. Sei bravo, mi dicono. Mi accorgo che sono io il capitano. Giovane, inesperto e senza ciurma ma la nave è mia e io sono il Capitano. Salpiamo allora!

IL MESTIERE

Le uniche fonti, in quel periodo, dove poterne sapere un po’ di più erano le riviste del settore. Ad essere precisi ce n’era solo una interessante e riportava foto e storie dei tatuatori stranieri e dei pochissimi italiani. Ovviamente per chi iniziava, come me, su quelle pagine c’erano descritti viaggi avventurosi e isole del tesoro verso cui navigare. Benché il tatuaggio moderno fosse nato decenni prima ancora si trascinava con se quell’atmosfera losca e rispettabile tipica delle pratiche clandestine.
In realtà io non ero affatto attratto da quest’alone di “undergoundabilità” anzi ne ero piuttosto infastidito e spesso mi trovavo a disagio quando, chi si rivolgeva a me per un tatuaggio, si aspettava di trovare quell’atmosfera o mi credeva nascondere un backgound da pirata. Fino a poco prima e per un po’ ancora io ero uno studente di ingegneria appassionato fino alle ossa di disegno, con un passato normalissimo e una famiglia ancora più normale. Il mio contributo, sapevo già, sarebbe stato solamente relativo alla parte artistica del tatuare e in nessun modo alla sua etichetta.