Creatività

“Rosso, verde, giallo, blu, fucsia, tutti i colori concepiti per festeggiare il tuo nuovo corpo, più bello, più ricco, più tuo. Insieme al coraggio nell’affrontare il dolore, il tatuaggio ti consacra ad individuo. Niente etichette, nessun pregiudizio è più forte del tuo Io sfacciato e assoluto. Non saranno più spalle e braccia, ma le tue spalle, le tue braccia a gridare a te stesso e agli altri: IO SONO.”

Questa è la traduzione dal genovese stretto di una conversazione che ho avuto qualche anno fa con un ometto molto anziano, conosciuto per caso in una galleria d’arte a Genova.
Era molto tatuato. Essendo estate, le sue braccia erano scoperte e grinzose, proprio come quelle che ci aspettiamo da un vecchio un po’ trasandato.
Mentre io scrutavo le sue braccia, lui osservava attentamente le mie. Fui io a rompere il silenzio con una battuta: “C’è più colore addosso a noi che su questi quadri”.

Fece un sorriso strano. Non lo capii immediatamente. La galleria non era affollatissima: tuttavia, un po’ di persone girellavano curiosando. Si avvicinò stancamente a me, ed afferrandomi per un polso per non perdere l’equilibrio iniziò, sorridendo, a raccontarmi dei suoi tatuaggi.
Mentre parlavamo, volle che passeggiassimo insieme per la galleria.
Quei quadri, diceva, erano banali: così freddi, così grigi.

I colori – dissi io – sembrano aggrappati come ad eseguire un ordine. Non mi piacciono, sono morti”.
L’ometto sorrise. Mi parlò di quanto invece il tatuaggio sia potente nella sua vitalità. Invidiava noi giovani, che potevamo sfruttare tecniche e colori migliori di quelli che avevano a disposizione ai suoi tempi, e mi folgorò con quella sua descrizione che ho riportato prima.

Nella galleria penetrava dall’esterno l’odore carico di sale dei vicoli che portano la voce del porto. Un ventolino umido e appiccicoso incorniciava il mio silenzio sbalordito: dopo quelle parole infuocate, inaspettatamente uscite dalla bocca senza denti di un vecchio, non riuscii a emettere suoni per qualche istante.
Non mi sarei mai aspettato tanta forza e consapevolezza da uno che avevo scansato quasi brutalmente sulla soglia della galleria per la sua aria annoiata.

Mi parve di percepire un certo suo compiacimento nel pronunciare quelle parole, come se per un po’ di tempo le avesse dimenticate o messe da parte. Come se ora le avesse d’improvviso riscoperte.
Mi sorrise, ma in modo diverso, un modo più sereno.
Salutandomi con garbo uscì dalla galleria con l’aria di chi entra in un locale e si accorge di aver sbagliato posto.
Finii il mio giro all’interno, poi, rivolgendomi al commesso ed addetto alle vendite, gli chiesi il nome dell’autore dei quadri.
“Ci hai parlato fino ad ora”, mi rispose in un genovese poco comprensibile.
Quel giorno non comprai nessun quadro.
Feci molto di più.